Bonus prima casa per gli under 36: tutte le regole per usufruire dell’agevolazione


Pronte le istruzioni per ottenere il bonus “Prima casa under 36” previsto dal Dl Sostegni bis – Dl n. 73/2021. (Agenzia delle entrate – circolare 14 ottobre 2021, n. 12/E)

Possono beneficiarne i giovani con meno di 36 anni e un Isee non superiore 40mila euro che acquistano un’abitazione entro il 30 giugno 2022. La nuova agevolazione punta a favorire l’acquisto della casa di abitazione da parte delle persone più giovani attraverso alcune misure di favore come l’esenzione dal pagamento dell’imposta di registro, ipotecaria e catastale e il riconoscimento di un credito d’imposta in caso di acquisto soggetto a Iva.
In particolare, il nuovo bonus si applica anche alle pertinenze dell’immobile agevolato, come il box ad esempio, e che le imposte di registro, ipotecaria e catastale sono azzerate anche per gli atti soggetti a Iva.
Il bonus “Prima casa under 36”, che vale per gli atti stipulati tra il 26 maggio 2021 e il 30 giugno 2022, prevede inoltre l’esenzione dall’imposta sostitutiva per i mutui erogati per l’acquisto, la costruzione e la ristrutturazione di immobili a uso abitativo.
L’agevolazione non è invece applicabile ai contratti preliminari di compravendita, essendo prevista per i soli atti traslativi o costitutivi a titolo oneroso.

Requisiti per accedere al nuovo bonus


Il bonus è riservato ai soggetti che non hanno ancora compiuto trentasei anni di età nell’anno in cui l’atto è rogitato e con un valore dell’indicatore della situazione economica equivalente (Isee) non superiore a 40mila euro annui. Inoltre, il contribuente, al momento della stipula dell’atto, deve dichiarare di avere un valore Isee non superiore a 40mila euro e di essere in possesso della relativa attestazione in corso di validità (o di aver già provveduto a richiederla in data anteriore o almeno contestuale alla stipula dell’atto).

Vantaggi del bonus


L’agevolazione si estende anche all’acquisto delle pertinenze dell’abitazione principale.
In primo luogo, è prevista l’esenzione dal pagamento dell’imposta di registro, ipotecaria e catastale e, in caso di acquisto soggetto a Iva, è riconosciuto anche un credito d’imposta pari all’imposta pagata per l’acquisto, che potrà essere utilizzato a sottrazione delle imposte dovute su atti, denunce e dichiarazioni dei redditi successivi alla data di acquisto o usato in compensazione tramite F24.
Agevolazioni anche per i finanziamenti collegati all’acquisto, alla costruzione e alla ristrutturazione dell’immobile: con il bonus prima casa under 36, infatti, non è dovuta l’imposta sostitutiva delle imposte di registro, di bollo, ipotecarie e catastali e delle tasse sulle concessioni governative. Per godere dell’esenzione il beneficiario dovrà dichiarare la sussistenza dei requisiti nel contratto o in un documento allegato.

Contratti preliminari di compravendita


I contratti preliminari di compravendita, non possono godere delle nuove agevolazioni in quanto la norma fa riferimento ai soli atti traslativi o costitutivi a titolo oneroso. Resta fermo che, in presenza delle condizioni di legge, successivamente alla stipula del contratto definitivo di compravendita, è possibile presentare formale istanza di rimborso per il recupero dell’imposta proporzionale versata per acconti e caparra.

Aste giudiziarie


Gli immobili acquistati tramite asta giudiziaria possono accedere al beneficio.


Photo shooting: chiarimenti dal Fisco


L’Agenzia delle Entrate con la risposta 12 ottobre 2021, n. 700 ha fornito chiarimenti sul regime fiscale dei compensi corrisposti da società non residente a modelli e testimonials non residenti per l’esecuzione in Italia di sessioni di photo shooting e per i correlati diritti di utilizzazione dell’immagine.

I compensi erogati a modelli professionisti per l’esecuzione di sessioni di photo shooting e i compensi erogati per i correlati diritti di utilizzazione dell’immagine costituiscono redditi di lavoro autonomo di cui all’art. 53, co. 1, Tuir, in presenza dei requisiti di abitualità e professionalità richiesti.


Entrambe le tipologie di compensi, infatti, sono strettamente riconducibili all’attività professionale di modello, in quanto quest’ultimo, oltre a esercitare l’attività di indossatore nell’ambito di sfilate di moda, presta altresì la propria immagine in campagne pubblicitarie e promozionali.


Con specifico riferimento ai soggetti non residenti, l’art. 23, co. 1, lett. d), del Tuir, prevede che si considerano prodotti nel territorio dello Stato i redditi di lavoro autonomo derivanti da attività esercitate in Italia.


Il criterio di collegamento ai fini dell’attrazione dei predetti emolumenti nella potestà impositiva dello Stato italiano è quindi costituito dalla circostanza che la prestazione lavorativa sia svolta in Italia.


Nel caso di specie, posto che le sessioni di photo shooting sono svolte in Italia e data la precisata natura di redditi di lavoro autonomo sia dei compensi corrisposti dall’Istante ai “modelli” non residenti per le suddette sessioni che dei compensi erogati per i correlati diritti di utilizzazione dell’immagine, i compensi medesimi sono territorialmente rilevanti in Italia ai sensi del cit. art. 23.


Con particolare riferimento ai compensi erogati per i diritti di utilizzazione dell’immagine, l’Agenzia delle Entrate ha avuto già modo di precisare che ai fini territoriali, deve aversi riguardo al luogo di svolgimento dell’attività artistica o professionale cui i proventi medesimi sono correlati e, cioè, l’Italia (luogo di svolgimento delle sessioni di photo shooting), a nulla rilevando il luogo in cui è esercitata l’attività di sfruttamento economico del diritto all’immagine.


Con riguardo ai testimonials che sono celebrities del mondo artistico e dello spettacolo che effettuano sessioni di photo shooting nelle quali la loro immagine o testimonianza è associata a un marchio o a un prodotto per rafforzarne la credibilità, i compensi percepiti per l’esecuzione delle predette sessioni di photo shooting costituiscono redditi di lavoro autonomo di cui all’art. 53, co. 1, del Tuir, in quanto, seppure non strettamente riconducibili all’attività di cantante, attore o influencer dalle stesse svolta per professione abituale, ne sono, tuttavia, connessi, trattandosi pur sempre di compensi relativi ad attività collegate al contesto artistico nel quale si esprime l’attività principale di cantante, attore o influencer esercitata professionalmente e abitualmente dalle celebrities.


Relativamente ai compensi corrisposti a queste ultime per i correlati diritti di utilizzazione dell’immagine, gli stessi, anche se non strettamente riconducibili all’attività artistica o professionale, sono comunque riferibili a quest’ultima essendo correlati alla fama del personaggio, e costituiscano pertanto redditi di lavoro autonomo in base all’art. 54, co. 1-quater, del Tuir.


Detta disposizione, ricomprende, infatti, fra i redditi di lavoro autonomo anche i corrispettivi percepiti a seguito di cessione della clientela o di elementi immateriali comunque riferibili all’attività artistica o professionale.


Per quanto riguarda la rilevanza territoriale in Italia dei predetti compensi, viene nuovamente in considerazione l’art. 23, co. 1, lett. d), del Tuir, in base al quale si considerano prodotti nel territorio dello Stato i redditi di lavoro autonomo derivanti da attività esercitate in Italia.


Nel caso di specie, posto che i compensi percepiti dai testimonials non residenti per le sessioni di photo shooting costituiscono redditi di lavoro autonomo, e che gli stessi sono riconducibili ad attività di lavoro autonomo svolta in Italia (luogo di svolgimento delle sessioni di photo shooting), che detti compensi siano territorialmente rilevanti in Italia ai sensi dell’art. 23, co. 1, lett. d), del Tuir.


Analogamente, anche i compensi corrisposti ai testimonials non residenti per i correlati diritti di utilizzazione dell’immagine, vista la loro qualificazione alla stregua di componenti positivi aggiuntivi del reddito di lavoro autonomo conseguito dal titolare nell’esercizio dell’attività professionale, devono ritenersi territorialmente rilevanti in Italia in base al cit. art. 23.


Anche in tal caso, ai fini territoriali deve aversi riguardo al luogo di svolgimento dell’attività artistica o professionale alla quale i proventi sono correlati e, cioè, l’Italia (luogo di svolgimento delle sessioni di photo shooting), a nulla rilevando il luogo in cui è esercitata l’attività di sfruttamento del diritto all’immagine.


Le società ed enti non residenti che erogano redditi soggetti a ritenuta in Italia, seppur ricomprese, sotto il profilo soggettivo, fra i soggetti che rivestono la qualifica di sostituti d’imposta, ne sono, in linea di principio, oggettivamente escluse in ragione della delimitazione territoriale della potestà tributaria dello Stato.


Tale principio, implica che il soggetto non residente che eroga somme per le quali è previsto un prelievo alla fonte, in assenza di stabile organizzazione in Italia, non è obbligato ad assumere il ruolo di sostituto d’imposta.


Fisco: tassazione prestazione LPP anticipata per ristrutturazione


Forniti chiarimenti sul trattamento fiscale applicabile alla prestazione LPP anticipata per l’esecuzione dei lavori di ristrutturazione dell’abitazione del beneficiario e accreditata su conto corrente italiano dell’impresa esecutrice dei lavori (Agenzia delle entrate – Risposta 12 ottobre 2021, n. 702).

Nel caso di specie, il contribuente, residente in Italia ma lavora in Svizzera come frontaliere, rappresenta di avere intenzione di ristrutturare la propria abitazione principale sita in Italia.
Al fine di sostenere tale spesa, gli viene data la possibilità di riscuotere anticipatamente una parte delle competenze erogate dal secondo pilastro svizzero, costituito dalla previdenza professionale obbligatoria (c.d. LPP o legge sulla previdenza professionale).
Per la riscossione di tale capitale la procedura prevede la presentazione alla società di assicurazione detentrice del secondo pilastro della documentazione attestante i lavori e che quest’ultima paghi direttamente il fornitore, incaricato dell’esecuzione dei lavori. Pertanto, il capitale erogato dal secondo pilastro verrà incassato in Italia, ma su conti della società che realizzerà i lavori di ristrutturazione. Secondo il Contribuente, pertanto, non è possibile chiedere alla banca dell’impresa edile l’applicazione della ritenuta con aliquota del 5 per cento, in nome e per suo conto.
Lo stesso ribadisce che tale modalità d’incasso non gli permetterà di scegliere di incassare il secondo pilastro in Italia sul proprio conto corrente bancario per utilizzarlo successivamente per il pagamento dei lavori, in quanto è previsto che l’assicurazione elvetica, per evitare frodi, paghi direttamente il fornitore del contribuente.
Il pagamento della prestazione erogata dal secondo pilastro è stato effettuato nel 2020 a favore della impresa esecutrice dei lavori di ristrutturazione e che all’intermediario finanziario presso cui sono state accreditate tali somme non è stato conferito l’incarico di trattenere dall’importo incassato la ritenuta del 5 per cento, in quanto “la banca non lo avrebbe mai potuto fare, perché l’incasso è avvenuto sul conto corrente dell’impresa fornitrice, società di capitali, e non sul conto corrente del beneficiario del secondo pilastro svizzero”.
Ciò posto, l’Istante chiede se nella fattispecie prospettata sulle somme che saranno erogate dal secondo pilastro svizzero, in luogo dell’applicazione da parte dell’intermediario finanziario della ritenuta con aliquota del 5 per cento, possa applicare l’imposta sostitutiva con la medesima aliquota, autoliquidandola in sede di dichiarazione dei redditi.

Nel caso in cui il contribuente sia un soggetto fiscalmente residente in Italia alle prestazioni erogate dal secondo pilastro svizzero non riscosse tramite intermediari residenti non può applicarsi la ritenuta alla fonte del 5 per cento a titolo d’imposta, in quanto l’intervento normativo recato dal citato articolo 55-quinquies del decreto legge n. 50 del 2017, che assimila il trattamento fiscale delle prestazioni LPP alle rendite AVS, mantiene l’espressa previsione della presenza di un intermediario residente che, canalizzando il flusso di corresponsione in Italia, applichi una ritenuta di imposta al 5 per cento, esonerando il contribuente dall’indicazione di tali somme nella dichiarazione dei redditi. Il tenore della disposizione normativa, dunque, induce a valorizzare il tracciamento del flusso finanziario, per il tramite di un intermediario residente, quale elemento necessario per l’applicazione della norma agevolativa.
Nel caso in esame, avendo l’ente assicurativo svizzero canalizzato in Italia il flusso finanziario relativo alle prestazioni LLP, per il tramite di un intermediario residente, risulta soddisfatto il requisito della tracciabilità delle movimentazioni di denaro.
Ne consegue che, in caso di prestazioni LPP riscosse per il tramite di un intermediario residente e accreditate direttamente sul conto corrente italiano dell’impresa esecutrice delle opere di ristrutturazione, che non è il soggetto che può conferire alla banca l’incarico al pagamento dell’imposta sostitutiva in esame, il contribuente beneficiario della prestazione previdenziale, potrà autoliquidare in dichiarazione l’imposta dovuta, assoggettandola all’imposta sostitutiva con la medesima aliquota del 5 per cento che la stessa avrebbe scontato se fosse stata applicata la ritenuta da parte dell’intermediario finanziario.
Nella fattispecie in esame, pertanto, l’Istante potrà indicare la prestazione LPP incassata nel 2020 nella sezione V del quadro RM del Modello Redditi PF 2021, riportando la causale residuale “I”, il codice dello Stato estero “071” (corrispondente alla Svizzera) e versando l’importo con il codice tributo “1242”.
In merito alla determinazione della base imponibile, la ritenuta deve essere applicata dall’intermediario sul valore lordo della prestazione al momento della corresponsione in Italia. Tali chiarimenti sono estensibili anche all’ipotesi in cui, non essendo stata applicata la ritenuta da parte dell’intermediario finanziario residente intervenuto nel pagamento, le rendite LPP siano indicate in dichiarazione da parte del contribuente.


Rimanenze di magazzino: prova di distruzione dei beni mancanti


In tema di accertamento di maggior reddito d’impresa, la presunzione di cessione di beni non rinvenuti in magazzino durante una verifica fiscale può essere superata dalla prova di avvenuta distruzione dei beni. A tal fine deve ritenersi valida la prova documentale rappresentata dall’annotazione sul formulario di identificazione dei rifiuti e nel registro di carico e scarico rifiuti, compilati a seguito della consegna dei beni a soggetti autorizzati allo smaltimento di rifiuti (Corte di Cassazione – Ordinanza 28 settembre 2021, n. 26223).

Il caso esaminato dalla Corte di Cassazione riguarda l’accertamento di maggiori ricavi, sulla base della presunzione di cessione, in relazione ai beni non rinvenuti in magazzino nell’ambito di una verifica fiscale.
I giudici tributari hanno rigettato il ricorso del contribuente, rilevando che lo stesso non avesse dimostrato l’avvio a distruzione dei beni mancanti, e l’assenza di indizi che potessero indurre a pensare che i beni mancanti fossero stati venduti sottocosto.
Il contribuente ha impugnato la decisione, sostenendo di aver distrutto i beni mancanti in magazzino mediante consegna a soggetti autorizzati allo smaltimento rifiuti, provata dai formulari di identificazione dei rifiuti.

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del contribuente, ritenendo che i giudici tributari non abbiano valorizzato correttamente la prova rappresentata dai formulari di identificazione dei rifiuti.
La Corte Suprema ha osservato che secondo la disciplina in materia di presunzioni di cessione (artt. 1 e 2 del DPR n. 441 del 1997):
Si presumono ceduti i beni acquistati, importati o prodotti che non si trovano nei luoghi in cui il contribuente svolge le proprie operazioni, né in quelli dei suoi rappresentanti. Tra tali luoghi rientrano anche le sedi secondarie, filiali, succursali, dipendenze, stabilimenti negozi, depositi ed i mezzi di trasporto nella disponibilità dell’impresa.
La presunzione non opera se è dimostrato che i beni stessi sono stati impiegati per la produzione, perduti o distrutti.
La distruzione dei beni o la trasformazione in beni di altro tipo e di più modesto valore economico è provata:
a) da comunicazione scritta da inviare agli uffici dell’amministrazione finanziaria e ai comandi della Guardia di finanza di competenza, almeno cinque giorni prima, indicando luogo, data e ora in cui verranno poste in essere le operazioni, le modalità di distruzione o di trasformazione, la natura, qualità e quantità, nonché l’ammontare complessivo, sulla base del prezzo di acquisto, dei beni da distruggere o da trasformare e l’eventuale valore residuale che si otterrà a seguito della distruzione o trasformazione dei beni stessi. Tale comunicazione non è inviata qualora la distruzione venga disposta da un organo della pubblica amministrazione;
b) dal verbale redatto da pubblici funzionari, da ufficiali della Guardia di finanza o da notai che hanno presenziato alla distruzione o alla trasformazione dei beni, ovvero, nel caso in cui l’ammontare del costo dei beni distrutti o trasformati non sia superiore euro 10.000, da dichiarazione sostitutiva di atto notorio. Dal verbale e dalla dichiarazione devono risultare data, ora e luogo in cui avvengono le operazioni, nonché natura, qualità, quantità e ammontare del costo dei beni distrutti o trasformati;
c) da documento di trasporto, progressivamente numerato, relativo al trasporto dei beni eventualmente risultanti dalla distruzione o trasformazione.
In proposito, la Corte Suprema ha affermato che in tema di accertamento delle imposte sul reddito, in caso di “differenze inventariali”, ovvero differenze registrabili tra le quantità di merci giacenti in magazzino e quelle desumibili dalle scritture di carico e scarico, operano le presunzioni di cessione e di acquisto dei beni in evasione di imposta, annoverabili tra le presunzioni legali cosiddette “miste”, che consentono, entro i limiti di oggetto e di mezzi di prova stabiliti a fini antielusivi, la dimostrazione contraria da parte del contribuente, il quale è tenuto a provare, con le modalità tassativamente indicate dagli artt. 1 e 2 del D.P.R. n. 441 del 1997, che la contrazione registratasi nella consistenza del magazzino è frutto dell’impiego produttivo dei beni e non di cessioni o acquisizioni non contabilizzate.
In altri termini, la mancata dimostrazione in ordine all’espletamento della procedura prevista per legge in caso di distruzione delle rimanenze di magazzino, autorizza l’amministrazione finanziaria a riprendere a tassazione il maggior valore delle rimanenze determinato in base al procedimento cosiddetto “analitico – induttivo”.
Tuttavia, nel caso in cui l’impresa non provveda direttamente alla distruzione dei beni, ma li consegni agli appositi soggetti autorizzati ai sensi delle vigenti leggi sullo smaltimento dei rifiuti, la prova di distruzione dei beni, non deve essere fornita con la procedura descritta in precedenza, ma è data semplicemente dall’annotazione sul formulario di identificazione dei rifiuti.
A tal fine, il formulario deve contenere indicazioni specifiche sui seguenti dati: a) nome e indirizzo del produttore detentore; b) origini, tipologia e quantità del rifiuto; c) impianto di destinazione; d) data e percorso dell’instradamento; e) nome e indirizzo del destinatario.


In conclusione, la Suprema Corte ha affermato il principio di diritto secondo il quale: “in tema di imposte dirette, con riferimento alla presunzione di cessione di cui agli artt. 1 e 2 del D.P.R. n. 441/1997, i contribuenti, che necessitano di avviare a distruzione i propri beni, possono procedere all’operazione mediante consegna dei beni stessi a soggetti autorizzati all’esercizio di tali operazioni in conto terzi, ai sensi delle vigenti leggi sullo smaltimento dei rifiuti; in tal caso l’avvio a distruzione è dimostrato mediante il formulario di identificazione rifiuti di cui all’art. 15 del D.Lgs. 5/2/1997 n. 22 e succ. mod., contenente le indicazioni specifiche richieste dalle prescrizioni che, integrate dal D.M. 1° aprile 1998, n. 145, sono tassative”.

Pegno mobiliare non possessorio: nomenclatura delle categorie merceologiche dei beni



È stato approvato l’elenco contenente la nomenclatura delle categorie merceologiche di appartenenza dei beni che possono formare oggetto di pegno mobiliare non possessorio. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Provvedimento 12 ottobre 2021, n. 262734)


Il “Regolamento concernente il Registro dei pegni mobiliari non possessori” disciplina le operazioni di iscrizione, consultazione, modifica, rinnovo o cancellazione presso il Registro, gli obblighi a carico di chi effettua tali operazioni, nonché le modalità di accesso al Registro medesimo, e stabilisce i diritti di visura e di certificato.
Lo stesso Regolamento demanda ad un provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate la definizione della nomenclatura delle categorie merceologiche cui appartengono i beni sui quali è costituito il pegno mobiliare non possessorio. Con il provvedimento in oggetto di adozione della Tabella recante la nomenclatura delle categorie merceologiche si da attuazione al mandato regolamentare.
Il pegno non possessorio può essere costituito su beni mobili, anche immateriali, destinati all’esercizio dell’impresa e sui crediti derivanti da o inerenti a tale esercizio, a esclusione dei beni mobili registrati.


 


NOMENCLATURA DELLE CATEGORIE MERCEOLOGICHE













































































01 ANIMALI VIVI E PRODOTTI DEL REGNO ANIMALE
02 PIANTE E PRODOTTI DEL REGNO VEGETALE
03 GRASSI, OLI E CERE ANIMALI O VEGETALI
04 PRODOTTI DELLE INDUSTRIE ALIMENTARI, BEVANDE E TABACCHI LAVORATI
05 MINERALI E LORO PRODOTTI
06 PRODOTTI DELLE INDUSTRIE CHIMICHE O DELLE INDUSTRIE CONNESSE
07 MATERIE PLASTICHE, GOMMA E LORO LAVORATI
08 PELLI, CUOIO, PELLICCE E LORO LAVORATI
09 LEGNO E SUOI LAVORATI
10 PRODOTTI DELL’INDUSTRIA CARTARIA E PRODOTTI A STAMPA
11 MATERIE TESSILI E LORO MANUFATTI
12 CALZATURE ED ALTRI ACCESSORI DI ABBIGLIAMENTO
13 MATERIALI LAPIDEI, CERAMICI, VETRI E LORO PRODOTTI
14 PREZIOSI, GIOIELLI E MONETE
15 METALLI COMUNI E LORO LAVORATI
16 MACCHINARI INDUSTRIALI, MACCHINE ED APPARECCHI MECCANICI ED ELETTRONICI
17 MACCHINE, MACCHINARI E ATTREZZATURE PER IL TRASPORTO
18 STRUMENTI ED APPARECCHI DI OTTICA E MISURA; STRUMENTI MEDICO-CHIRURGICI; OROLOGERIA; STRUMENTI MUSICALI
19 ARMI, MUNIZIONI, LORO PARTI ED ACCESSORI
20 MOBILI E COMPLEMENTI DI ARREDO
21 OGGETTI PER SPORT O DIVERTIMENTO, LORO PARTI ED ACCESSORI
22 OGGETTI D’ARTE, DA COLLEZIONE O DI ANTICHITA’
23 BENI IMMATERIALI
24 BENI FINANZIARI
25 ALTRI BENI

Definite le istruzioni per l’accesso al Tax credit tessile, moda e accessori


Definite le modalità, i termini di presentazione e il contenuto della comunicazione per la fruizione del credito d’imposta previsto dall’art. 48-bis, D.L. n. 34/2020 (DL Rilancio) a favore degli esercenti dei settori tessile, della moda e degli accessori, che, a causa del lockdown delle attività determinato dall’emergenza da Covid-19, hanno registrato rimanenze finali di magazzino superiori rispetto ai periodi ante-pandemia (Agenzia Entrate – provvedimento 11 ottobre 2021, n. 262282).

Con il modello approvato dall’Agenzia delle Entrate “Comunicazione dell’incremento del valore delle rimanenze finali di magazzino nel settore tessile, della moda e degli accessori”, i soggetti aventi diritto comunicano all’Agenzia delle Entrate l’incremento del valore delle rimanenze finali di magazzino nel periodo d’imposta di spettanza del beneficio rispetto alla media del triennio precedente, al fine di consentire l’individuazione della quota effettivamente fruibile del credito d’imposta, in proporzione alle risorse disponibili.


La comunicazione deve essere inviata esclusivamente con modalità telematiche, direttamente dal contribuente oppure avvalendosi di un soggetto incaricato della trasmissione delle dichiarazioni mediante i canali telematici dell’Agenzia delle entrate.


A seguito della presentazione della comunicazione viene rilasciata, entro 5 giorni, una ricevuta che ne attesta la presa in carico, ovvero lo scarto, con l’indicazione delle relative motivazioni. La ricevuta viene messa a disposizione del soggetto che ha trasmesso la comunicazione, nell’area riservata del sito internet dell’Agenzia delle entrate.


Con successivo provvedimento dell’Agenzia delle entrate saranno definiti i termini per l’invio della comunicazione con riferimento al periodo d’imposta:


– in corso alla data di entrata in vigore delle disposizioni di cui al D.P.C.M. 09 marzo 2020;


– in corso al 31 dicembre 2021.


Al Centro Operativo Servizi Fiscali di Cagliari è demandata la competenza per gli adempimenti conseguenti alla gestione della Comunicazione.


Il credito d’imposta è pari al 30% del valore delle rimanenze finali di magazzino (art. 92, co. 1, D.P.R. n. 917/1986), eccedente la media del medesimo valore registrato nei tre periodi d’imposta precedenti a quello di spettanza del beneficio, risultante dall’ultima comunicazione validamente presentata, in assenza di successiva rinuncia.


Ai fini del rispetto del limite di spesa, l’ammontare massimo del credito d’imposta fruibile è pari al credito d’imposta richiesto moltiplicato per la percentuale resa nota con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate, da emanare entro 10 giorni dalla scadenza dei termini di presentazione.


Detta percentuale è ottenuta:


– con riferimento al periodo d’imposta in corso alla data di entrata in vigore delle disposizioni di cui al D.P.C.M. 09 marzo 2020, rapportando il limite complessivo di spesa, pari a 95 milioni di euro, all’ammontare complessivo dei crediti d’imposta richiesti;


– con riferimento al periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2021, rapportando il limite complessivo di spesa, pari a 150 milioni di euro, all’ammontare complessivo dei crediti d’imposta richiesti.


Nel caso in cui l’ammontare complessivo dei crediti d’imposta richiesti risulti inferiore al limite di spesa, la percentuale è pari al 100%.


Il credito d’imposta è utilizzabile dai beneficiari esclusivamente in compensazione (art. 17, D.Lgs. n. 241/1997), nel periodo d’imposta successivo a quello di maturazione, a partire dal giorno lavorativo successivo alla pubblicazione del provvedimento che rende nota la percentuale per il calcolo del medesimo beneficio.


Relativamente alle comunicazioni per le quali l’ammontare del credito d’imposta sia superiore a 150.000 euro il credito è utilizzabile in esito alle verifiche previste dal D.Lgs. n. 159/2011.


L’Agenzia delle entrate comunica l’autorizzazione all’utilizzo del credito d’imposta qualora non sussistano motivi ostativi.


In ogni caso, il credito è utilizzabile:


– con riferimento al periodo d’imposta in corso alla data di entrata in vigore delle disposizioni di cui al D.P.C.M. 09 marzo 2020, entro il 31 dicembre 2021 per i soggetti con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare ed entro la fine del periodo d’imposta successivo a quello di maturazione per i soggetti diversi dai precedenti;


– con riferimento al periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2021, entro il 31 dicembre 2022 per i soggetti con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare ed entro la fine del periodo d’imposta successivo a quello di maturazione per i soggetti diversi dai precedenti.


Ai fini dell’utilizzo in compensazione del credito d’imposta:


– il modello F24 deve essere presentato esclusivamente tramite i servizi telematici resi disponibili dall’Agenzia delle entrate, pena il rifiuto dell’operazione di versamento;


– nel caso in cui l’importo del credito utilizzato in compensazione risulti superiore all’ammontare massimo fruibile, anche tenendo conto di precedenti fruizioni, il relativo modello F24 è scartato.


Con successiva risoluzione sono impartite le istruzioni per la compilazione del modello F24.


Lavoratori impatriati: opzione per l’estensione del regime agevolato


L’opzione che consente di estendere il regime agevolato dei lavoratori impatriati per ulteriori cinque anni, introdotta dal cd. “decreto Crescita”, può essere esercitata dal 1° gennaio al 30 giugno dell’anno successivo al termine del primo quinquennio di fruizione dell’agevolazione. (Agenzia delle Entrate – Risposta 12 ottobre 2021, n. 703).

Il caso riguarda il periodo in cui è possibile esercitare l’opzione per estendere di ulteriori cinque anni la fruizione del regime speciale per i “lavoratori impatriati”.
Nella fattispecie, il contribuente è un cittadino italiano, rientrato in Italia con la famiglia il 15 aprile 2019 alle dipendenze di una società con la qualifica di managing director, e fruisce del regime per i “lavoratori impatriati dal periodo d’imposta 2019.
Intende esercitare l’opzione per estendere l’agevolazione di ulteriori cinque anni al termine del primo quinquennio di fruizione dell’agevolazione.
Avendo due figlie, di cui la minore compie 18 anni nel luglio 2021, si chiede se l’opzione può essere validamente esercitata entro luglio 2021.

Il regime agevolato per i lavoratori impatriati prevede una tassazione agevolata per i redditi di lavoro prodotti in Italia da soggetti che trasferiscono la residenza nel territorio dello Stato a condizione che:
– non siano stati residenti in Italia nei due periodi d’imposta precedenti il predetto trasferimento e si impegnino a risiedere in Italia per almeno due anni;
– l’attività lavorativa sia svolta prevalentemente nel territorio italiano.
L’agevolazione si applica a decorrere dal periodo di imposta in cui è avvenuto il trasferimento della residenza nel territorio dello Stato, e per i quattro periodi successivi.
È possibile estendere la fruizione del regime agevolato per ulteriori cinque anni, con tassazione nella misura del 50 per cento del reddito imponibile (10 per cento se il soggetto ha almeno tre figli minorenni o a carico), in presenza di specifici requisiti quali, alternativamente:
– avere almeno un figlio minorenne o a carico, anche in affido preadottivo, oppure
– l’acquisto di un’unità immobiliare di tipo residenziale in Italia direttamente da parte del lavoratore oppure da parte del coniuge, del convivente o dei figli, anche in comproprietà, successivamente al trasferimento in Italia o nei dodici mesi precedenti al trasferimento.
L’opzione per estendere la fruizione del regime agevolato per ulteriori cinque anni, può essere esercitata altresì dalle persone fisiche che:
a) durante la loro permanenza all’estero sono state iscritte all’AIRE ovvero sono cittadini dell’UE;
b) hanno acquisito la residenza fiscale italiana prima del 30 aprile 2019;
c) al 31 dicembre 2019 risultino già beneficiari del regime speciale per i lavoratori impatriati.


L’opzione si perfeziona con il pagamento di un importo commisurato ai redditi di lavoro dipendente e di lavoro autonomo agevolabili prodotti nel periodo d’imposta precedente a quello di esercizio dell’opzione, se al momento di esercizio della stessa il lavoratore soddisfa, alternativamente, specifici requisiti: ha almeno un figlio minorenne (anche in affido preadottivo) ovvero è diventato proprietario di almeno un’unità immobiliare di tipo residenziale in Italia dopo il trasferimento, nei 12 mesi precedenti o entro 18 mesi dalla data di esercizio dell’opzione, pena la restituzione del beneficio addizionale fruito, senza applicazione di sanzioni. L’unità immobiliare può essere acquistata direttamente dal lavoratore oppure dal coniuge, dal convivente o dai figli, anche in comproprietà.

Riguardo al periodo di esercizio dell’opzione, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che la stessa non può essere esercitata prima del decorso del primo quinquennio di fruizione dell’agevolazione.
Con riferimento al caso esaminato, dunque, l’Agenzia delle Entrate ha escluso la possibilità di esercitare l’opzione nei termini indicati. Considerato che il primo quinquennio agevolato si conclude nel 2023, infatti, l’esercizio dell’opzione potrà essere effettuato a partire dal 1° gennaio 2024 ed entro il 30 giugno 2024, semprechè al momento dell’opzione sussistano le condizioni previste (avere almeno un figlio minorenne o a carico, anche in affido preadottivo o, alternativamente, essere diventato proprietario di un’unità immobiliare di tipo residenziale dopo il trasferimento nel territorio dello Stato, nei 12 mesi precedenti o nei 18 mesi successivi all’opzione).

Superbonus: acquisto di case antisismiche e asseverazione


Gli acquirenti delle case antisismiche possono beneficiare del Superbonus anche in presenza di un’asseverazione predisposta con il modello previgente, ferma restando la sussistenza degli ulteriori requisiti (Agenzia delle entrate – Risposta 11 ottobre 2021, n. 697).

Nel caso di specie, il contribuente insieme al coniuge, in data 11 febbraio 2021, ha acquistato, da una società di costruzioni, una unità immobiliare situata in zona sismica 3.
Il procedimento amministrativo per l’ottenimento del permesso a costruire è stato avviato in data 14 marzo 2019, volturato a nome della Società venditrice in data 20 agosto 2019 e, successivamente, è stata inoltrata al predetto SUAP la Segnalazione Certificata di Inizio Attività in variante. Pertanto, la richiesta della voltura del titolo autorizzativi non rappresenta l’avvio di una nuova procedura quanto piuttosto il mero subentro della società costruttrice nel permesso a costruire. Nel presupposto che non si tratti di una nuova procedura autorizzatoria, in considerazione che la stessa è stata avviata prima del 1° maggio 2019, data di entrata in vigore delle nuove disposizioni che hanno esteso l’agevolazione anche agli immobili ubicati nei Comuni ricadenti in zona sismica 2 e 3 dai precedenti proprietari, la società costruttrice risulta legittimata a presentare l’asseverazione prima della stipula del rogito al fine di consentire agli acquirenti di beneficiare delle detrazioni.
Tuttavia, affinché gli acquirenti persone fisiche delle unità immobiliari possano beneficiare del Superbonus per l’acquisto di Case antisismiche, è necessario che i requisiti sussistano nel periodo di vigenza della norma. Conseguentemente, la maggiore detrazione (aliquota al 110 per cento) prevista dal decreto Rilancio, è applicabile esclusivamente alle spese sostenute successivamente alla data di entrata in vigore del decreto Rilancio e fino al periodo di vigenza della detrazione (30 giugno 2022).
Nel caso prospettato, considerato che il modello B è stato presentato entro la data del rogito dalla società di costruzione, che è subentrata al titolo edilizio presentato dai precedenti proprietari, l’Istante potrà beneficiare della relativa detrazione. Tale detrazione spetta in misura del 110 % in relazione alle somme corrisposte a saldo, sostenute in data 11 febbraio 2021, mentre in relazione alle altre somme sostenute prima del 1° luglio 2020 in base alle diverse misure di detrazione previste dal decreto legge n. 63 del 2013, fino alla concorrenza della somma massima ammissibile di detrazione pari a 96.000 del prezzo corrisposto.
Inoltre, l’Istante potrà esercitare l’opzione per la cessione o per lo sconto in luogo dell’utilizzo diretto della detrazione spettante e, a tale fine, non sarà necessario attestare la congruità delle spese sostenute in relazione agli interventi agevolati. Pertanto, non sarà necessario predisporre una nuova asseverazione secondo il modello approvato con il decreto n. 329 del 2020, essendo sufficiente produrre l’asseverazione già consegnata dall’impresa costruttrice entro la data del rogito.
In particolare, in caso di cessione del credito, dovranno essere compilate e inviate all’Agenzia delle entrate due distinte comunicazioni, entrambe riferite all’anno 2021:
– una per la cessione della detrazione “ordinaria”, nella quale non sarà necessario indicare né l’apposizione del visto di conformità, né gli estremi dell’asseverazione;
– l’altra per la cessione della detrazione del 110% (Superbonus), nella quale dovranno essere indicati, tra l’altro, l’apposizione del visto di conformità e gli estremi dell’asseverazione.


Pronte le istruzioni per fruire del bonus teatro e spettacoli


L’Agenzia definisce modalità, contenuti e termini di presentazione della comunicazione da inviare per usufruire dell’agevolazione, le domande possono essere inviate in via telematica dal 14 ottobre al 15 novembre 2021. (Agenzia delle entrate – Provvedimento 11 ottobre 2021, n. 262278)

Il bonus, introdotto dal Dl Sostegni, è riconosciuto a favore delle imprese che effettuano attività teatrali e spettacoli dal vivo, anche attraverso l’utilizzo di sistemi digitali e utilizzabile esclusivamente in compensazione. Ai soggetti che operano in questo settore e che hanno subito, nell’anno 2020, una riduzione del fatturato di almeno il 20% rispetto al 2019, è riconosciuto un credito di imposta pari al 90% delle spese sostenute nel 2020, che spetta anche se le attività sopra indicate hanno avuto luogo attraverso l’utilizzo di sistemi digitali per la trasmissione di opere dal vivo, quali rappresentazioni teatrali, concerti, balletti. Con il provvedimento in oggetto si definiscono i criteri e le modalità di applicazione e di fruizione del credito d’imposta e si approva il modello di comunicazione, con le relative istruzioni. La comunicazione delle spese ammissibili potrà essere inviata esclusivamente con modalità telematiche, direttamente dal contribuente oppure tramite un soggetto incaricato della trasmissione delle dichiarazioni, dal 14 ottobre 2021 al 15 novembre 2021. Dopo aver ricevuto le comunicazioni delle spese ammissibili con l’indicazione del credito teorico, l’Agenzia determina la quota percentuale del credito effettivamente fruibile, in rapporto alle risorse disponibili. La percentuale sarà resa nota con successivo provvedimento del Direttore dell’Agenzia da emanare entro il 25 novembre 2021.


Cessione ultraquinquennale di un immobile detenuto da società semplice


Non sono imponibili i redditi compresi nelle somme attribuite ai soci in esito allo scioglimento della Società Semplice nei limiti in cui derivino esclusivamente dalla cessione di unità immobiliari possedute da oltre cinque anni (Agenzia delle Entrate – Risposte 08 ottobre 2021, n. 689 e 691).

La questione sottoposta all’esame dell’Agenzia delle Entrate riguarda il trattamento fiscale della plusvalenza realizzata da una società semplice a seguito della cessione di immobili detenuti da oltre cinque anni, nonché le somme liquidate ai soci per effetto dello scioglimento della società riconducibili alla predetta cessione.
Due le ipotesi esaminate: in un caso i soci della società semplice sono tutte persone fisiche, nell’altro la compagine sociale è composta da persone fisiche e da una società in accomandita semplice (socio di maggioranza).

Secondo la disciplina stabilita dal codice civile (art. 2249), la società semplice non può svolgere attività commerciale.
Sotto il profilo fiscale, ne consegue, che i redditi prodotti dalla società semplice sono qualificati in ragione della loro fonte di produzione e concorrono al reddito complessivo come sommatoria dei redditi appartenenti a ciascuna categoria reddituale al netto degli oneri deducibili, con esclusione dei redditi assoggettati a ritenuta alla fonte a titolo di imposta o di imposta sostitutiva e dei redditi esenti.
Il reddito complessivo così determinato è dichiarato con propria dichiarazione dalla società semplice quale autonomo centro di imputazione di situazioni giuridicamente rilevanti, ma l’assoggettamento ad imposta avviene – in forza del principio di imputazione per trasparenza di cui all’articolo 5 del Tuir – direttamente in capo a ciascun socio in proporzione alla propria quota di partecipazione agli utili ed indipendentemente dall’effettiva percezione dello stesso.
La netta distinzione tra il momento dell’assoggettamento ad imposta di tale reddito direttamente in capo al socio e il momento della percezione materiale dello stesso comporta che le successive movimentazioni di redditi già tassati rappresentino mere movimentazioni patrimoniali, prive di qualsiasi rilevanza ai fini impositivi.
Limitatamente agli utili già imputati per trasparenza in capo ai soci, infatti, le successive distribuzioni determinano esclusivamente un effetto indiretto, vale a dire una variazione del costo fiscalmente riconosciuto della partecipazione.
Diversamente, la tassazione definitiva in capo alla società semplice in ragione della presenza di redditi esenti o assoggettati ad imposizione sostitutiva o a ritenuta alla fonte a titolo di imposta comporta che tali importi non concorrano al reddito complessivo imponibile della società (e alla relativa imputazione per trasparenza) e la successiva distribuzione degli stessi non subisca alcuna imposizione e non incida neppure sul costo fiscalmente conosciuto della partecipazione.
Nelle ipotesi di scioglimento del rapporto sociale, sono qualificati come redditi di partecipazione i redditi compresi inter alia nelle somme attribuite ai soci in dipendenza di liquidazione della società, per la parte che eccede il prezzo pagato per l’acquisto o la sottoscrizione delle azioni o quote annullate.
Considerate le peculiarità della società semplice, nel caso di scioglimento, non assumono rilievo le eventuali attribuzioni di importi – opportunamente documentate – che non hanno concorso alla determinazione del reddito complessivo della società semplice perché esenti, o assoggettati ad imposizione sostitutiva o a ritenuta alla fonte a titolo di imposta.

In relazione alle questioni esaminate, tenuto conto della normativa di riferimento, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che, per la plusvalenza realizzata in caso di cessione di un immobile detenuto da società semplice da più di cinque anni non sussiste il presupposto impositivo, considerato che secondo il TUIR (art. 67, co. 1, lett. b)) si qualifica come “redditi diversi” la plusvalenza realizzata mediante cessione a titolo oneroso di beni immobili acquistati o costruiti da non più di cinque anni. In assenza del presupposto impositivo, dunque, in capo alla società semplice non si realizza alcun reddito imponibile.
Ne consegue che non si verifica alcuna imputazione per trasparenza di reddito di partecipazione in capo ai soci, sia persone fisiche che società di persone.
La conseguente distribuzione ai soci delle somme derivanti dalla predetta cessione non può dar luogo a tassazione in capo agli stessi in quanto le somme attribuite derivano da redditi che non sono imponibili in capo alla società semplice.
Più precisamente, afferma l’Agenzia delle Entrate, devono ritenersi non imponibili i redditi compresi nelle somme che saranno attribuite ai soci in esito allo scioglimento della società semplice nei limiti in cui esse derivino esclusivamente dalla cessione di unità immobiliari possedute da oltre un quinquennio.
A tal fine è irrilevante che il socio sia una persona fisica o una società in accomandita semplice.